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GRYZZLY BEAR

Grizzly Bear è il nome di un gruppo indie rock formatosi a Brooklyn e composto da Daniel Rossen (voce, chitarra e tastiere), Ed Droste (voce, chitarra, tastiere), Chris Taylor, polistrumentista (basso, voce di accompagnamento e produttore), e Christopher Bear (batteria e voce di accompagnamento). Il gruppo utilizza strumenti elettronici e tradizionali. Il loro stile è caratterizzato dalla presenza di elementi tipici del pop psichedelico, del folk rock e dell’experimental rock. Acquistano notevole importanza chitarre acustiche e vocalismi.

Daniel Rossen fa parte anche del duo dei Department of Eagles.

VECKATIMEST(ALBUM 2009)

Benché infatti l’irregolarità delle melodie connoti con evidenza l’album fin dal suo inizio, l’andamento ondeggiante della maggior parte dei brani non si traduce in ostentate derive freak in stile Animal Collective, sfociando piuttosto in canzoni dai più pronunciati accenti pop. È il caso dell’aggraziata polifonia vocale di “Two Weeks”, dell’efficacissimo passaggio tra “Ready, Able” e “About Face” e della perfetta popsong corale “While You Wait For The Others” che, a voler cercare a tutti i costi degli accostamenti, coniugano con palese naturalezza la più classica vena pop dei Beach Boys con la trasfigurazione solare degli ultimi Sigur Rós e con la grandiosità d’impianto sonoro degli Arcade Fire.
Droste e soci non dimenticano tuttavia la loro originaria matrice folk, che riaffiora in superficie nella conclusiva “Foreground”, che riconduce a una quieta elegia acustica tutto quanto fin lì offerto da “Veckatimest” e dalla sua coralità celestiale percorsa da iterazioni armoniche, timide dissonanze e controllate fughe psichedeliche.

Le infinite sfumature del caleidoscopio creato dai Grizzly Bear confermano senz’altro quanto di buono già lasciato intravedere nelle opere precedenti, facendo riscontrare nella loro vorticosa modalità espressiva quel giusto equilibrio tra tessiture melodiche e divertite timbriche di folk corale invano perseguito da tanti altri artisti che finiscono per perdersi nei meandri di un disordine compositivo studiato ma troppo spesso fine a se stesso. In questo caso, lo spirito giocondo di base e persino l’abbandono a qualche divertita eccentricità risultano invece funzionali a un pop sì obliquo e inafferrabile, ma dotato di un propria spiccata impronta caratteriale e sorretto da canzoni che, superata qualche comprensibile difficoltà iniziale, riescono gradualmente a entrare in circolo, forti di una sapiente efficacia di scrittura e di un incontaminato spirito frizzante.

IDENTIFUCABILI CON

“Two Weeks”