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INDIE ROCKET FESTIVAL : 25, 26 ,27 GIUGNO PESCARA

Nato nel 2004, l’IndieRocket Festival negli anni ha conquistato un ruolo di prim’ordine nel panorama musicale regionale e nazionale.
Tre giorni per vivere uno spazio della città, la sera e non solo. È l’IndieRocket Festival che va avanti. Fra il palco principale e l’area dj, musica già dal tardo pomeriggio, in un’atmosfera nuova, insolita per gli appuntamenti cittadini. L’IndieRocket Festival ha un sapore europeo, per numero e qualità degli artisti presenti, per la musica proposta, per l’ambientazione scelta.

Quattordici i gruppi di quest’anno, provenienti da Italia, Inghilterra, Spagna, Francia, Germania e Cile. La scelta artistica del 2010 è orientata verso produzioni locali e nazionali, con particolare attenzione ai musicisti pescaresi forti di esperienze estere. Sempre all’insegna di uno sguardo contemporaneo del fare musica. Come per le edizioni passate, uniti dal filo conduttore della produzione indipendente, svariati i generi musicali che si danno il cambio, si inseguono e si mescolano: dal rock’n’roll al punk, dal blues fino al country e ancora al noise. Prosegue l’attenzione nei confronti della dance e dell’elettronica, anche sperimentale. L’IndieRocket Festival è la scoperta di un’alternativa, la conferma che non si finisce mai di ascoltare. E tutto è sempre, rigorosamente dal vivo.

CI SI VEDE LI’:)

FOALS”COLORATI” :)

I Foals sono un gruppo musicale formatosi a Oxford, Inghilterra nel 2005.

Di nuove band, dal Regno Unito, ne escono talmente tante che non ci si fa più caso . Quindi, perché degnare di attenzione gli ennesimi cinque giovani che finiscono sull’Nme? Perché continuare a sperare che, finalmente, questi siano diversi?

Proverò a spiegarvi perché i Foals, da Oxford (ma con base a Brighton), meritano qualcos(in)a in più.
Innanzitutto perché sono una band che dal vivo impressiona per potenza, per compattezza, per il feeling che i cinque instaurano tra loro e tra il palco e il pubblico: non è poco, vista l’inconsistenza live di band di punta del genere tipo Bloc Party, per fare un esempio.
Poi perché di inglesi che provano a fare i Battles (“The French Open”) non se ne erano sentiti tanti; e a scimmiottare in chiave pop una band originale come i Battles rischi di fare una figura magra, cosa che i nostri evitano di un niente risultando, comunque, un po’ ingenui e dozzinali.

Ascolti un disco così e ti chiedi perché un personaggio del calibro di David “Das” Sytek, mente, chitarrista e produttore dei Tv On The Radio, si sia scomodato per produrli: ti rispondi che a volte la vita è strana, non che è la solita marchetta di un produttore in voga in cerca di soldi facili.
Perché? Perché “Antidotes” non è un disco brutto, o indecente, o inutile. E’, molto semplicemente, un disco di debutto di cinque ragazzi che si sono visti puntare addosso le luci dei riflettori. E’ un disco da cui emerge una perizia tecnica sopra la media e un non eccedere nel farne mostra decisamente sapiente. E’ un disco in cui si gira attorno allo stesso giochino per 47 minuti ma con almeno 3-4 momenti intensi. Belli ma non bellissimi. Potenti e discretamente urgenti. E’ un tentativo di far ballare senza dover ricorrere all’elettronica, di fare (math) rock mettendo la sezione ritmica su un piedistallo, lasciando le chitarre a colorare gli angoli e non a rubare la scena al resto.

La mano di Sytek si sente soprattutto nei pezzi dotati di maggiore pathos, dove i crescendo di synth e rumore invadono le distanze che stanno tra chitarre, batteria e basso: “Red Socks Pugie” e “Olympic Airways” sono due ottimi esempi. La prima è potente ed epica, la seconda più riflessiva e sofferta.
Insomma, qualche momento pregevole c’è, anche se delle voci meno monotone non ci sarebbero affatto dispiaciute ( i due singoli “Cassius” e “Balloons” evidenziano la poca varietà delle scelte del cantante Yannis Philippakis), così come delle canzoni più solide e meno derivative: se l’obiettivo dei Foals è fare della pop-music, bisogna che capiscano dove sta il punto da raggiungere in quei 3-4 minuti di ogni brano.

Questa è un’intervista che ho trovato navigando sulla rete.A mio giudizio questi cinque ragazzi mertino il nostro ascolto ,anche se i brani possono sembrare tutti simili tra di loro.

Ho scelto di riassaporare “HUMMER ” un misto tra elettronica e rock..